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INTRODUZIONE

Nella Collezione dei Classici Cristiani, ecco comparire altre opere di Tertulliano, di cui non esiste, almeno per quanto io conosca, alcuna traduzione relativamente recente, italiana: non sarà quindi stata vana fatica la mia che mira a diffondere sempre maggiormente l'opera di questo poderoso scrittore cristiano. Ho cercato di rendere, pur non scostandomi, di solito, soverchiamente dal testo, il pensiero di Tertulliano, oscuro e difficile, profondo sempre; nel miglior modo possibile; in alcuni punti ho dovuto per altro allontanarmi dal testo, interpetrandolo assai liberamente e a buon senso, ed ho aggiunto quanto mi è sembrato necessario, perché la traduzione non presentasse troppo gravi oscurità e richiedesse sformo soverchio di intelligenza.

Tertulliano, ripeto, è difficile, e non pretendo d'aver fatto opera che non debba in alcuni punti essere emendata; sarò grato perciò a chi vorrà indicarmi |10 inesattezze o possibili errori. Sono però sicuro d'aver compiuto il lavoro con diligenza ed amore ed in mezzo a moltissime difficoltà, e sono lieto che per l'opera mia, sia pure modesta, vedano ora la luce altri tre trattati di Tertulliano, al quale ho già dedicato altre mie fatiche; egli con tanta efficacia fece risuonare la sua parola in difesa di questa idea cristiana che tanta luce diffonde nel mondo; che è e sarà sempre la fiaccola che illuminerà quanto di grande veramente, di bello, di buono, si potrà fare e pensare fra gli uomini, in un ideale superiore di comprensione, in un reciproco compatimento d'ogni nostra colpa, in questa terra d'errore, affissandosi alla divina luce del cielo nell'infinito amore di Dio.

DE SPECTACULIS

Opera di strenua difesa del Cristianesimo, di fronte alle relazioni che qualche volta necessariamente dovevano intercedere fra questa religione e la pagana: i Cristiani si sentono lontani, alieni, da qualunque manifestazione dei gentili; i loro giochi, gli spettacoli numerosi e diversi che essi presentano nei loro circhi, nei loro teatri, non costituiranno cosa a cui possano sentirsi attratti i seguaci della religione del Cristo, che se ne asterranno nella maniera più assoluta e più rigida, non cercando vane scuse o false giustificazioni, che non avrebbero alcuna efficacia agli occhi del Signore e che invece sarebbero ragione di giusta ed inesorabile condanna. Il De spectaculis fu composto verso |11 il 200. Tertulliano prende occasione da giochi e spettacoli solenni che dovevano esser celebrati in Cartagine e v'era discussione se i cristiani avessero potuto assistere a tali feste: si contrastavano diverse opinioni: accanto a chi si dimostrava rigido ed intransigente, non mancavano coloro che pensavano che nessuna colpa avrebbero commesso i cristiani se avessero presenziato a quelle rappresentazioni, alle quali si poteva bensì assistere per semplice svago, come diletto, senza condividere la passione, l'entusiasmo dei gentili che vi sentivano qualcosa che corrispondeva ai loro intimi convincimenti morali. Eppoi, dov'è che la Sacra Scrittura dice espressamente di astenersi dagli spettacoli? si domandavano altri; ed inoltre, quanto serve all'allestimento di questi giochi e spettacoli, non è tutto stato creato da Dio? e Dio ha creato tutte le cose buone, grandi, generose, magnifiche : quindi ed uomini ed animali, e materiali diversi, che servono alla bellezza di queste rappresentazioni, ripetono la loro origine da Dio e non può esser colpa, dunque, mescolarsi ad esse: al massimo, i Cristiani avrebbero dovuto forse tenersene lontani, per seguire un principio di mortificazione e di sacrificio, non perché fosse in sé stessa, una colpa, assistere a tali spettacoli. Tertulliano, con quella sicurezza che gli è propria, saldo nei suoi principi, non disposto ad accettare mezze misure o compromesso alcuno, condanna senz'altro gli spettacoli pagani come strettamente legati all'idolatria, e quindi, come quello che non può affatto minimamente accordarsi colla morale cristiana, Tertulliano combatte efficacemente coloro che sostenevano, che quanto serviva allo |12 spettacolo era opera di Dio: può apparir vera, la cosa, ma la questione è mal posta: tante cose, che Iddio ha creato nella sua infinita bontà, a gloria e a conforto degli uomini, e a loro consolazione, in un raggio di fulgida bellezza sono state usate male dagli uomini stessi, i quali te hanno volte a corruzione e ad errore. E se taluno cercasse, al suo falso procedere, una scusante, nel fatto che i libri sacri non parlano d'assoluta interdizione degli spettacoli, si ricordi quel versetto dei Salmi che dice : « Felice l'uomo che non è andato nell'assemblea degli empi, e non ha camminato nella via dei peccatori, e non s'è seduto sulla cattedra delle iniquità ». E non è compresa, in queste parole, la condanna per tutto ciò che rientra in una linea di corruzione e di errore? e non si trovano in questa, ogni sorta di giochi e di spettacoli?

I giochi, per Tertulliano, sono assolutamente un'invenzione del demonio : si consideri di essi l'origine, se ne studino le varie denominazioni; si fermi la nostra attenzione sulle cerimonie che li accompagnano, sui luoghi nei quali vengono fatti; si osservi il processo artistico, scenico, che si richiede per queste rappresentazioni, e ci convinceremo che tutto questo non è altro che opera diabolica: i giochi si fanno, o in onore di Dei o di uomini, ai quali, in certo modo, si attribuiscono onori divini; e quindi sacrifici, riti di espiazione, processioni, cerimonie vane, che hanno tutte carattere di sacrilegio e di idolatria: dunque c'è tutto un appunto esterno che non può che tenere assolutamente lontani i Cristiani da tali manifestazioni empie e colpevoli; ma esiste inoltre una profonda |13 ragione di moralità che impedisce ai Cristiani, qualunque, benché minima, comunicazione con essi: questi spettacoli, suscitano le passioni più sfrenate e più insane; desideri e concupiscenze violente e colpevoli si sviluppano nell'animo di coloro che vi assistono; sentimenti d'ira, d'odio, di gelosia, trovano in quelle radunanze, terreno favorevole al loro pazzo divampare; e come dunque potrebbe esser possibile che un Cristiano si sentisse a suo agio, in ambiente simile, dove ardono sensi assolutamente contrari a quelli dei quali, in un principio di assoluta bontà e di amore infinito, deve divampare l'animo suo? Si potrebbero muovere due obiezioni: ma allora quelli che frequentano gli spettacoli sono tutti malvagi e colpevoli? no; ma Tertulliano afferma che i pagani sono costretti a fare il male, anche contrariamente alla loro volontà: ecco come egli stesso dice (cap. 21): « c'è uno che voglia tener lontano l'orecchio della sua figliuola ancora fanciulla, da ogni cosa che possa sonare corruzione e vergogna? ebbene, pur secondo quel principio, si vedrà che la condurrà in teatro ad ascoltare parole e a veder gesti che non rispondono ad un principio d'educazione sana ed onesta; e chi in aperta piazza cerca comporre violenza di lite o che ha per essa parola di condanna, si vedrà poi che nello stadio assisterà a gare e a contrasti più cruenti e ben più gravi. Avverrà che colui che non potrà senza profonda impressione guardare un cadavere di persona defunta per morte naturale, quello stesso invece in pieno anfiteatro fisserà i suoi occhi tranquilli e impassibili su quei corpi straziati, quasi fatti a pezzi, che nuotano nel loro stesso sangue ». |14 Tutto questo è evidente contradizione, e infatti Tertulliano riconosce che ogni loro atto si trova in contradizione stridente. L'altra obiezione potrebbe essere: e i Cristiani non dovranno avere mai un momento di svago e di divertimento? Essi potranno trovare la loro gioia nelle più pure soddisfazioni dello spirito: la lettura dei sacri libri, il rivolgere costantemente il pensiero a Dio, la purezza della coscienza, la vittoria che nella loro fede otterranno, su ogni principio malvagio, e il trionfo su ogni tentazione, saranno fonti inesauribili di piacere; e quale magnificenza di visione essi avranno dinanzi al loro sguardo, se penseranno al giorno nel quale il Signore dal cielo verrà per l'estremo giudizio, in fulgore di trionfo, pronto a concedere ai meritevoli il premio delle loro virtù! quale altra gioia potrà paragonarsi a questa? oh come impallidiscono, e scompaiono le soddisfazioni terrene, come dilegua qualunque visione che possa esser rifulsa dinanzi all'occhio nostro desideroso e traviato; quando il pensiero s'affigga in uno spettacolo di tanta bellezza, di tanta grandezza, di tanta giustizia!

DE IDOLATRIA

Questo trattato, per quanto le opinioni dei critici non siano concordi, si riconosce ormai scritto negli anni 211-212. Come dice il titolo « De Idolatria », Tertulliano in questa opera considera, come del resto nel precedente scritto « De spectaculis », le relazioni che debbono intercedere fra le comunità cristiane e il |15 mondo pagano. « L'idolatria imbeveva di sé l'intera compagine del vecchio mondo, l'Evangelo invece si propone di rigenerarlo, infondendovi tutta l'anima di una vita nuova, tutto l'impeto e il vigore di una nuova giovinezza. Ora, questi due principi, incompatibili fra loro, davano origine a due tendenze contrarie, a due partiti opposti : l'uno, intransigente, voleva la rottura assoluta e definitiva con tutte le forme tradizionali del vecchio mondo; l'altro, più conciliativo, non era alieno dall'avvicinarsi al paganesimo, mediante tutte le concessioni rigorosamente compatibili con la fede cristiana ». Tertulliano si dimostra deciso al più assoluto principio d'intransigenza e combatte ad oltranza qualunque elemento d'idolatria, dovunque e comunque venga a manifestarsi. Molti erano gli artefici che si venivano convertendo al Cristianesimo, ma essi, per l'esercizio della loro arte, erano talvolta costretti a fabbricare statuette di divinità false e bugiarde, idoli; era loro concesso questo esercizio della loro arte o anche questo rientrava nell'idolatria? Tertulliano nel suo rigorismo l'afferma; si potrebbe contrastare che il fabbricare idoli non importa il riconoscimento, e tanto meno l'adorazione di essi: può essere una necessità di vita, che obbliga a quelle date manifestazioni; è il mestiere che porta anche a quella forma di attività; ma Tertulliano non ammette alcuna giustificazione per i fabbricatori di idoli: essi sono colpevoli, perché anche se lo fanno per bisogno, nessuno impedirebbe loro di costruire altri oggetti che potrebbero essere dello stesso smercio e forse anche maggiore; quindi, agli occhi di Tertulliano, pure la ragione dell'economia |16 cade. E lo stesso si dica di chiunque contribuisce in qualche modo all'incremento del culto idolatra, costruendo, adornando, decorando templi; procurando oggetti adatti ai diversi riti idolatri. Tertulliano viene poi a considerare la colpa di chi si occupa di astrologià, di magìa, di incantesimi vari: manifestazioni queste completamente diaboliche. Qui si risponde ad una possibile obiezione: si dice male della magìa? ma ad annunciare la nascita di Gesù e a recargli doni furono proprio i Magi; ma Tertulliano risponde prontamente che questo fatto prova soltanto che tali scienze poterono essere tollerate fino al Vangelo e afferma che quando i Magi furono da Dio avvertiti di ritornare in patria per una strada diversa da quella per la quale erano venuti, ciò significava che essi dovessero abbandonare l'arte da loro seguita fino a quel momento. Ricorda poi Simon Mago ed altri, pone in rilievo la loro impotenza e li espone al ridicolo. Tertulliano, allargando la cerchia delle sue considerazioni, pronunzia condanna su ogni forma di commercio, del quale riconosce il movente, nella cupidigia, e il mezzo, nella più sfacciata menzogna: tutte le forme di commercio rientrano per lui nella idolatria, perché, sebbene uno possa trattar merci che di per sé stesse siano aliene da ogni carattere idolatra, pure non si può sapere quale uso ne faccia colui al quale vengono cedute, e quindi, indirettamente, se costui se ne servisse per riti idolatri, anche chi ha venduto queste merci si troverebbe ad esser macchiato d'idolatria. Qualunque obiezione che uno potesse muovere a questa sistematica condanna di commercio, invocando, a sua difesa, le necessità della |17 vita e la povertà che gliene deriverebbe, viene combattuta da Tertulliano, che, con opportuni passi delle sacre scritture, fa vedere quanta grandezza e nobiltà vi sia nella condizione umile e bisognosa, quanto poco l'uomo debba preoccuparsi delle sue condizioni materiali, fidando fermamente in Dio che è pietà, misericordia, amore infinito. Ma è stato osservato giustamente che « se queste parole esprimono, senza dubbio, tutta la forza di un'anima profondamente cristiana, si deve altresì riconoscere che l'apologista cartaginese, nella foga, con cui si slancia a difendere la propria opimone, abusa dei precetti evangelici, sino a sforzarne il significato. Egli condanna i fedeli a morire di fame o a mendicare, senza per altro aggiungere come farebbe una comunità d'indigenti a provvedere al nutrimento dei suoi poveri ». Una parte interessante dell'opera è quella che riguarda la condizione dei maestri e degli scolari nei riguardi dell'idolatria. Tertulliano ha in questo campo una larghezza d'idee che non ha manifestato in altri punti della trattazione, che è improntata al più assoluto rigorismo. Egli condanna l'insegnamento da parte dei cristiani, i quali, per forza, sarebbero costretti a spiegare, a difendere, a sostenere, a prestare ossequio a principi inconciliabili colla loro Fede; ma i giovani devono frequentare le scuole ed apprendere anche ciò che è in contrasto colle loro convinzioni religiose: la verità, la luce, risplenderanno maggiormente nel confronto; vedrà il discepolo, la bellezza della vera Fede, intenderà profondamente la nozione di Dio : i giovani dunque studino liberamente, s'istruiscano, giacché questo costituisce anche |18 una necessità; abbiano conoscenza delle varie dottrine e non indietreggino neppure dinanzi alla idolatria, la conoscenza della quale servirà a far pronunziare contro di essa, più alta, la voce di condanna. Tertulliano combatte poi altre usanze, altre consuetudini nelle quali egli, nella sua intransigenza, vede avanzi di qualche antica superstizione o culto idolatra; anche per certi riti familiari egli distingue quanto può rivestire puro culto domestico, da quelle cerimonie che si riattaccano a riti non concessi al Cristiano. Passa poi alla quistione delle cariche pubbliche, le quali potrebbero essere ricoperte come segno di onore, di dignità, di merito personale, indipendentemente dalle cerimonie che possono essere strettamente collegate con esse. Giuseppe e Daniele non avevano ricoperto onore di cariche in Egitto e in Babilonia, ed avevano per questo forse rinnegato Iddio? Ma Tertulliano relega le cariche e gli onori fra i possessi di Satana e dice: « conviene rinunziare a qualunque grado, anche ai più bassi, detta gerarchla amministrativa, imperiale o municipale, se non vogliamo soccombere nella lotta contro l'empietà delle pompe idolatriche ». Anche qualunque atto di violenza, qualunque affermazione di forza e di dominio, deve essere interdetta al Cristiano, che non può, né deve avere con tutto il modo di pensare e concepire pagano, relazione alcuna. Viene così a questa conclusione : « per evitare con sicurezza tante occasioni di peccato, non c'è che un mezzo solo: uscire dal mondo, rompere qualsiasi relazione colla società del paganesimo ».

Il De Idolatria è certamente opera fervidissima di |19 Fede, chiusa in un rigido rigorismo che qualche volta eccede e forse quindi perde di efficacia: così è stato scritto: « vuole nientemeno isolare i Cristiani dal mondo, chiuderli nella mistica solitudine di un'incessante contemplazione di Dio, costringerli all'attività di un perenne esercizio di tutte le virtù cristiane, elevando tra loro e la società pagana una barriera quasi insormontabile ». Il grido di Tertulliano « bisogna uscir dal mondo, val meglio uscirne che vivere idolatri nel mondo», non fu perduto: ha scritto il Moricca: «lo raccolsero numerose generazioni di nobilissime creature umane, le quali vissero lungamente, meditando il Vangelo e studiandosi di realizzare l'idea di Gesù Cristo sulla terra, finché nel III e nel IV secolo, andarono a cercar Dio nel deserto e popolarono i monasteri della Tebaide, della Siria e della Palestina ».

DE POENITENTIA

L'opera De poenitentia, come gli altri opuscoli sull'Orazione e sul Battesimo, si deve riportare agli anni che intercedono fra il 200 e il 206: il trattato è indirizzato ai catecumeni: si comincia a stabilire il principio su cui si fonda la penitenza, cioè su di un senso di rincrescimento per quello che è stato da noi anteriormente compiuto; ma molte volte, colpiti da quello che possa essere ingratitudine umana, ci pentiamo anche di aver fatto qualcosa di bene, di giusto, di nobile : no : non bisogna mai provar rammarico del bene compiuto, anche se questo venga troppo spesso |20 misconosciuto e ricambiato coll'ingratitudine; non si può parlare di penitenza doverosa e vera, se non quando si tratti di quel sentimento di rammarico vivo, che si prova dinanzi ad azioni colpose e riprovevoli. Tertulliano fissa così il carattere, il concetto della vera Penitenza, per la quale l'uomo si riconcilia con Dio: passa poi a considerare i peccati, che egli distingue in materiali e spirituali, ma ne considera, alla stessa stregua, la gravita; perché la persona umana risulta, nella sua unità, di corpo e di anima, e quindi tale unità implica, così nel bene come nel male, una colleganza assoluta: non importa che qualcosa di male, pensata e disposta, non sia poi stata tradotta nella realtà: Iddio vede le intenzioni e giudica, senza bisogno che vi sia un fatto realmente avvenuto. Si segua la penitenza; è con essa che ci renderemo degni del perdono di Dio, dell'assoluzione da ogni nostra colpa, del lavacro che scancellerà ogni nostra impurità: non s'indugi perciò nel peccato, fino ad attendere il battesimo, sicuri che con tal sacramento verrà il perdono d'ogni colpa antecedente; ci vorrà prima la penitenza, che abbia in certo modo resi noi degni della remissione d'ogni nostra biasimevole azione. Ci sono molti che s'ingannano sulla questione del battesimo e credono di poter continuare a vivere nella colpa, fino a quel giorno; sicuri che l'acqua battesimale li laverà, poi, da ogni peccato. Non è così: il Signore esaminerà la sincerità e la profondità del loro pentimento, prima di concedere il perdono e l'assoluzione. Non è detto in ogni modo che il Cristiano, anche dopo ricevuto il battesimo, non possa ricadere nel peccato: è proprio |21 allora, che il demonio agirà con ogni suo mezzo, per far sua la preda che vede sfuggirsi ed alletterà l'uomo con tutti gli adescamenti del male : ebbene; il Cristiano potrà ancora salvarsi, qualora abbia ceduto alla colpa, ritornando alla penitenza con profondo fervore di Fede: Iddio concede a lui, una seconda volta peccatore, il modo di redimersi, qualora egli si penta di vero cuore e lo manifesti, questo suo pentimento, con cerimonia chiara ed aperta: oltre che una penitenza nell'intimo dello spirito suo, il cristiano dimostri questo suo stato d'animo con atti esteriori di umiliazione e di rinunzia : si chiama questa : exomologesi, e tutto questo processo mira a che il Signore, invece di provare e mantenere quel senso di giusta indignazione, che potrebbe sentire per chi è caduto nel peccato una seconda volta, si pieghi a clemenza e a misericordia e conceda il perdono e quindi la salvezza dell'anima. Purtroppo molti si vergognano di farsi riconoscere apertamente peccatori e non si vogliono piegare a queste chiare manifestazioni comprovanti la loro colpa; ma e grave errore questo, perché il Signore apre loro la porta del perdono; e perché quindi non tendere le braccia alla misericordia di Dio? perché rinchiudersi in un mal inteso pudore? Se un senso di vergogna bisognava sentirlo, era nei rapporti della colpa, che noi avremmo dovuto evitare, non nei riguardi della penitenza, che dobbiamo abbracciare, in un senso di riconoscenza infinita verso Dio. Si potrebbe trovare una ragione di vergogna nel confessare le nostre colpe, se tu ti trovassi di fronte a chi fosse pronto a rimproverarti e a schernirti; ma Iddio apre |22 a te le sue broccia e ti accoglie nel suo seno; i tuoi compagni di Fede intenderanno intimamente le tue sofferenze e ti aiuteranno in questa opera di redenzione e la luce delle loro preghiere illuminerà te peccatore, che sarai accolto sotto le grandi ali del perdono di Dio.

Dunque, non tratteniamoci dal far penitenza, anche se questa, in un secondo momento ci costerà asprezze e mortificazioni: non potremmo pretendere di ottenere la salute del nostro spirito, senza, in certo modo, rimediare al mal fatto: e Iddio che vuole salvare l'anima nostra, e noi, in letizia, volgiamoci a Lui e con Lui godiamo la beatitudine eterna (1).

GINO MAZZONI

Siena, Novembre del 1934.

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(1) Per il testo mi sono servito dell'Edizione pubblicata in Roma, 1756: Opere di Tertulliano, tradotte in toscano dalla signora Selvaggia Borghini.

Per il De Poenitentia ho avuto anche presente l'edizione francese: Paris, 1906, Picard. Tertullien - De poenitentia, De pudicitia: texte latin, traduction francaise, introduction et index.

Per la introduzione e le note mi sono giovato della Storia della letteratura latina cristiana, di U. Moricca, Torino, Società editrice internazionale; di G. Vaccari: Le feste di Roma antica, e di altri manuali di comune uso.


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Tradotti da Gino Mazzoni, 1934.  Transcribed by Roger Pearse, 2002.


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